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LE MASCHERE VENEZIANE

Le maschere veneziane hanno origini antichissime: il primo documento che testimonia l’uso dei travestimenti a Venezia è datato 1094. All’epoca le maschere non venivano utilizzate solo durante il periodo di carnevale, ma venivano utilizzate per rimanere nell’anonimato per vari scopi, magari per motivi romantici ma soprattutto per motivi di natura criminale. Per esempio il Tabarro era, spesso, utilizzato per nascondere armi.

Con il Carnevale la maschera diventa simbolo della necessità di abbandonarsi al gioco, allo scherzo e all’illusione di indossare i panni di qualcun altro, esprimendo quindi diversi significati: la festa e la trasgressione, la libertà e l’immoralità. Infatti, durante il Carnevale i Veneziani si concedevano trasgressioni di ogni tipo e le maschere erano utilizzate per mantenere l’anonimato e consentire qualsiasi gioco proibito, sia da parte di uomini che da parte di donne. Anche i preti e le monache approfittavano delle maschere per celarsi e trasgredire compiendo fughe amorose.

Allo scopo di limitare l’inarrestabile decadimento morale dei Veneziani, la Serenissima in varie riprese ha legiferato in materia di Carnevale e ha disciplinato l’uso delle maschere e dei travestimenti.

Sin dai primi del ‘300 cominciarono ad essere sempre più numerose le leggi che promulgavano decreti per fermare il libertinaggio degli abitanti di Venezia del tempo e per limitare l’uso esagerato delle maschere.

Era proibito indossare la maschera nei periodi che non fossero quelli di carnevale e nei luoghi di culto, così com’erano proibite le armi e gli schiamazzi di gruppo. L’uso della maschera veniva proibito alle prostitute e agli uomini che frequentavano i casini. Questo perché spesso la maschera era usata per celare la propria identità e per risolvere affari poco puliti o portare avanti relazioni curiose.

Ma quali sono le maschere veneziane più famose?

La maschera veneziana più celebre è la Baùta, uno dei travestimenti più comuni nel Carnevale antico, soprattutto a partire dal XVIII secolo. Ancora oggi è una delle figure più richieste, perché può essere indossata sia dagli uomini che dalle donne. Essa è formata da un velo nero o Tabarro, un tricorno nero e una maschera bianca detta “larva”, probabilmente dalla stessa voce latina il cui significato è appunto maschera o fantasma, e permetteva di bere e mangiare senza mai togliersela, mantenendo così l’anonimato.

Altra maschera diffusa all’epoca era la Moretta che consisteva in una maschera tonda nera che si reggeva grazie a un bottone interno trattenuto dalle labbra. Per questo motivo veniva anche detta servetta muta, perché non consentiva né di parlare né di mangiare o bere. Questa maschera è diventata popolare tra le donne che la indossavano per entrare nei conventi ed è spesso portata con un velo.

Altri costumi tipici per le donne sono la Gnaga e la Colombina. La Gnaga veniva usata dagli uomini per impersonare figure femminili e il tradizionale costume prevede indumenti femminili e una maschera con le sembianze da gatta. Durante i festeggiamenti del Carnevale di Venezia, la maschera poteva essere completata da una cesta sotto braccio che solitamente conteneva un gattino. La Colombina, considerata la controparte femminile della bauta, è molto richiesta perché non copre l’intero viso ma solo la zona degli occhi e può essere retta da un nastro attorno alla testa o da un bastoncino da tenere in mano.

Più moderna è invece la maschera del medico della peste. Quest’ultima è a forma di becco con dei buchi per gli occhi e una sciarpa per coprire il viso. La maschera è stata sviluppata sulla base dell’abito indossato dal medico che visitava i malati di peste. Il capello dell’abito dimostra che chi lo indossa è un medico, la maschera protegge il viso del dottore, e il medico conservava nel lungo becco erbe e spezie per purificare l’aria che egli respirava.